Autore: Sofia

  • Pazza idea – Angelo Frontoni alla Mole Antonelliana (Museo Nazionale del Cinema di Torino)

    Pazza idea – Angelo Frontoni alla Mole Antonelliana (Museo Nazionale del Cinema di Torino)

    Visitare mostre e musei per me non è solo un passatempo: è un modo concreto per conoscere il mondo e capire come cambiano e ritornano le tendenze, tra ieri e oggi.

    Quando esco da una mostra mi porto a casa idee nuove, dettagli che mi restano in testa e quella sensazione che la vita diventi subito più interessante: come se qualcuno avesse aperto una finestra e fosse entrata aria fresca. Mi rende anche più creativa e più aperta alle novità.

    Sono curiosa? Sì, decisamente. Mi incuriosiscono le persone, le storie, i linguaggi visivi e ovviamente le piante che, in fondo, trovano sempre il modo di infilarsi.

    La mostra alla Mole: Pazza idea

    Ultimamente sono andata al Museo Nazionale del Cinema, alla Mole Antonelliana a Torino, per vedere la mostra “Pazza idea”, dedicata alle fotografie di Angelo Frontoni e al clima che viene dopo il ’68.

    La mostra non è proprio sui fiori e le piante ma visto il mio ultimo innamoramento per il mondo vegetale, mi sono concentrata soprattutto su questo aspetto nascosto tra una diva e l’altra.

    Il tema centrale dell’allestimento è il desiderio di libertà, di seduzione e di provocazione negli anni successivi al ’68: nelle foto di Frontoni attrici e modelli sembrano sempre pronti a sfidare qualcosa o qualcuno, spesso solo con lo sguardo.

    Sono immagini bellissime, molto glamour, con quell’aria di “poso per te, ma non ti appartengo” che oggi è quasi vintage e allora doveva essere rivoluzionaria.

    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto con i girasoli
    Poster della mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto con la cantante Berte

    Angelo Frontoni, l’uomo dietro l’obiettivo

    Frontoni era un fotografo autodidatta, nato a Roma nel 1929, che inizia la carriera nel 1957 con un servizio dedicato a Gina Lollobrigida.

    In poco tempo diventa una firma riconoscibile per il suo stile barocco, vicino all’eccesso ma sempre molto controllato, capace di fondere l’atmosfera della Swinging London con un tocco tutto italiano.

    Le sue foto vengono pubblicate su riviste italiane e internazionali come Stern, Paris Match, Sunday Times, Photo e persino Playboy americano: insomma, se negli anni ’60 e ’70 eri qualcuno c’era una buona probabilità che Frontoni ti avesse fotografato.

    Fiori tra i flash: romanticismo, ironia e un po’ di San Francisco

    Girando fra i poster, a un certo punto mi si è accesa una lampadina (di quelle un po’ vintage, stile anni ’60): ho notato una donna bellissima con una corona di fiori in testa.

    Mi sono avvicinata, incuriosita e ho letto la descrizione: c’era un riferimento a quella canzone hippy con il verso famosissimo “If you’re going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair” di Scott McKenzie, e in un secondo mi è partita la colonna sonora in testa (e ho iniziato pure a canticchiarla, ovviamente).

    Da lì è nato il mio “filo rosso” della visita: i fiori.
    Ho sentito subito lo spirito di quei tempi un po’ più allegri e spensierati, pieni di colori, con persone che avevano voglia di mostrarsi, sperimentare, giocare con l’immagine (e magari anche provocare, ma con stile).

    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto con una donna con i capelli lunghi e i fiori
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto con una donna con i la corona dei fiori
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto con una donna con i capelli lunghi e i fiori

    E poi ho fatto caso a un dettaglio che mi ha fatto sorridere: “Pazza idea” non è solo un modo di dire… è anche il titolo di una canzone di Patty Pravo, spesso fotografata proprio da Angelo Frontoni.

    Insomma: io ero lì per guardare fotografie, ma mi sono ritrovata a inseguire fiori tra i poster e canzoni nella testa — che, per come funziono io, è esattamente il segno che la mostra stava facendo il suo lavoro.

    Quando i fiori sono sugli uomini

    In questa mostra i fiori danno davvero l’idea di innocenza, di ingenuità, di bellezza non ancora addomesticata.
    E la cosa mi ha colpita soprattutto quando i fiori sono sugli uomini: nei ritratti maschili sembrano confermare una delicatezza, una sensibilità che non ti aspetti.

    È curioso: di solito, quando pensiamo ai fiori, li associamo subito alle donne, come se la delicatezza fosse un linguaggio femminile per definizione.
    E invece qui mi è saltato all’occhio il contrario: anche sugli uomini i fiori donano eccome. In certi scatti mettono in risalto una sensibilità diversa, più sottile, più artistica, come se dicessero: “guarda che la dolcezza non toglie forza, la aggiunge”.

    E poi, tra le immagini, ho visto anche Renato Zero: in una foto si presenta con un cappello pieno di fiori e devo ammetterlo, l’effetto funziona. Non tanto come stravaganza, ma come segno di sensibilità artistica — uno di quei dettagli che sembrano dire qualcosa di te prima ancora che tu apra bocca.

    Nelle foto di Enzo Avallone, ad esempio, la presenza dei fiori accentua un’idea di romanticismo, di passione un po’ teatrale e di una sensibilità che forse oggi definiremmo “troppo”, ma che qui funziona benissimo e mi sembra, lo ammetto, super romantica.

    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di Renato Zero con la fidanzata
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di Enzo Avallone
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di uomo nudo fra i fiori

    Poi c’è un’altra foto che mi ha colpita molto, una vera provocazione floreale: un modello completamente nudo, seduto sulla pietra, circondato da una nuvola di ortensie, come se il corpo fosse un’isola nel mare della delicatezza.

    Per alcuni uomini una terapia a base di fiori non sarebbe niente male: qui la fragilità e la bellezza del fiore sembrano trasferirsi direttamente su di loro.

    Non so se questa fosse l’intenzione del fotografo, ma per me l’idea principale è farci rendere conto di quanto il nostro modo di vedere il corpo — soprattutto quello maschile — sia cambiato. Un tempo forse avremmo pensato solo alla provocazione; oggi io ci leggo vulnerabilità e una certa morbida ironia.

    Le donne vestite di fiori

    E sì, non mancava neanche l’erotismo più dichiarato: in alcune immagini una giovanissima e bellissima Jane Birkin appare vestita solo di fiori.

    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di Claudia Cardinale
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di Jane Birkin
    mostra Pazza Idea a MOle in Museo Nazionale del Cinema a Torino, foto di donna

    Anche Claudia Cardinale, con pochi fiori strategici messi addosso, diventa l’esempio perfetto di come la natura possa valorizzare un corpo già perfetto senza rubargli la scena.

    Fiori sempre uguali, mondi sempre diversi

    Alla fine mi sono resa conto che, in tutta la mostra, i fiori sono stati usati come un riempimento estetico dell’ambiente, ma anche come simbolo eterno di bellezza delicata.
    Cambiano le mode, cambiano gli abiti, cambiano persino le idee su cosa sia provocatorio o no, ma i fiori sono sempre gli stessi e stanno bene ovunque: in contesti moderni, tecnologici o storici, su una spiaggia o in uno studio fotografico.

    Per me restano un segno di sensibilità e di delicatezza, ma anche di innocenza e, quando serve, di passione sfacciata.
    Forse è per questo che uscendo dalla Mole e tornando alle mie piante sul balcone, non ho potuto fare a meno di sorridere: in fondo che siano in testa a una diva o in un vaso di plastica, i fiori trovano sempre il modo di farsi notare.

  • Il fiore più bello del mondo: quando una pianta ti cambia lo sguardo

    Il fiore più bello del mondo: quando una pianta ti cambia lo sguardo

    Il fiore più bello del mondo

    Avete mai pensato a quale sia il fiore più bello del mondo?
    Quello più rosso? Quello più raro? Quello che sembra uscito da una giungla con la nebbia e il sottofondo musicale epico?
    Per me per un periodo, la risposta è stata molto più semplice – quello che mi è capitato in casa.

    Non è successo perché sono diventata improvvisamente un’esperta.
    È successo perché ho iniziato a guardare. Davvero.

    Un regalo e una piccola ossessione

    Di solito non compro fiori recisi. Mi mettono un po’ ansia: bellissimi, sì, ma con una data di scadenza.
    Io preferisco le piante. Perché restano. O almeno… dovrebbero restare.

    Quel giorno ero davanti a un banco pieno di piante piene di boccioli. Bianco, rosso, rosa. Una festa.
    Non ho ragionato molto. Ho sentito solo quella voglia di portare qualcosa a casa, come se mi mancasse un pezzo.

    E così è iniziata la storia.

    Il problema: dove metto le piante?

    C’è un dettaglio pratico che nessuno racconta quando ti innamori del giardinaggio da principiante: lo spazio.
    Il mio appartamento non è stato progettato per una giungla domestica. È stato progettato per… non avere le piante in casa.
    L’unico posto adatto era sopra una finestra, in un angolo un po’ scomodo. E lì è finita la pianta.

    Io la guardavo ogni giorno. La confrontavo con le foto che trovavo su Internet. Mi sembrava un sano comportamento per il benessere della mia pianta.
    E dentro di me pensavo: “Dai, fai un fiore. Subito. Così capisco se sto facendo le cose bene”.

    L’attesa (e la mia impazienza)

    All’inizio sembrava tutto facile. Poi no.
    I boccioli c’erano, ma alcuni si staccavano. E io mi sentivo già in colpa, come se avessi rovinato tutto con una scelta sbagliata o con troppa acqua.

    Poi ne è rimasto uno. Uno solo. Al centro. Resistente e fiero.
    E lì ho iniziato a tifare come allo stadio, ma in silenzio perché non volevo spaventarlo.

    Quando finalmente si è aperto, ho visto un petalo che si girava verso l’esterno, come se mi dicesse: “Ok, adesso guarda”.
    E io ho guardato davvero. E mi ha sorpreso.

    Non era perfetto. Era mio

    Il fiore non era simmetrico. Un po’ storto. Un po’ capriccioso. Forse anche un po’ vanitoso, come certi personaggi dei libri.
    Eppure era bellissimo. Perché era lui. E perché era arrivato dopo giorni di attesa, tentativi, dubbi e controlli.

    In quel momento mi è venuto in mente il Piccolo Principe.
    La sua rosa non era la più perfetta del catalogo. Era la sua, perché c’era il tempo dentro. E perché quando crei un legame, quella cosa diventa unica.

    È una verità semplice e un po’ scomoda: l’essenziale spesso non si vede subito.
    Serve tempo. Serve cura. Serve presenza. E a volte serve anche sbagliare un po’.

    Una pianta che combatte (e ti fa compagnia)

    La cosa strana è questa: quel fiore, così piccolo, mi ha fatto compagnia.
    Mi ha dato l’idea che anche lui stesse facendo uno sforzo. Come se dicesse: “Non sono perfetto, ma ci provo”.
    E questo, in certe giornate, vale più di mille frasi motivazionali trovate per caso online.

    Da allora ho iniziato a vedere le piante in modo diverso.
    Non come decorazioni. Ma come piccole storie lente. E io, piano piano, sto imparando a leggerle.

    Ci vediamo al prossimo Natale

    Sei stato il mio fiore. Il fiore più bello del mondo.
    Ti ho addomesticato un po’ e tu hai addomesticato me, che è la parte più sorprendente della faccenda.
    Ci vediamo al prossimo Natale… con più esperienza.

    La pianta, la protagonista di questo racconto è ovviamente la Schlumbergera, quella che quasi tutti chiamano Natalina (o più semplicemente – pianta natalizia). 

    pianta Schlumbergera chiamato Natalina con un fiore rosso
    pianta Schlumbergera chiamato Natalina con un fiore rosso
    pianta Schlumbergera chiamato Natalina con un fiore rosso
  • Il cactus dimenticato sul balcone (e il suo piccolo riscatto)

    Il cactus dimenticato sul balcone (e il suo piccolo riscatto)

    Ogni balcone ha la sua pianta preferita e la sua pianta… sopportata.
    Nel mio caso il ruolo del “tollerato” era toccato a un cactus dimenticato in un angolo, comprato più per fare contento mio marito che per vero amore botanico.

    Un cactus che non avevo scelto

    All’inizio il cactus era solo “la pianta di mio marito”: io mi occupavo di tutte le altre piante grasse sul balcone, mentre lui se ne stava lì, spinoso e un po’ antipatico.
    Confesso che i cactus non sono mai stati in cima alla mia lista dei desideri verdi: pungono, si incastrano nelle dita e ti restano addosso per giorni come un rimprovero silenzioso.

    Così ho trovato il modo perfetto per non occuparmene: un vaso non troppo bello, qualche altra pianta davanti e il cactus abbandonato è sparito alla vista, insieme al mio senso di colpa.
    Non era cattiveria, era più una specie di rimozione botanica: se non lo vedo, non esiste… e sicuramente non devo curarlo.

    Il giorno della scoperta

    Qualche tempo fa ho deciso di affrontare quei piccoli “angoli bui” del balcone, quelli dove finiscono i sottovasi rotti, i progetti falliti e le piante di cui non vogliamo parlare.
    Lì, dietro un cespuglio di piante grasse molto più fotogeniche, ho ritrovato lui: il cactus dimenticato, piegato su se stesso come un vecchietto stanco, ma ancora incredibilmente vivo.

    Sulla sommità ho scoperto solo i resti secchi di 3 o 4 vecchi fiori, un mini bouquet fossilizzato che era rimasto lì per un bel po’ a farmi segno, mentre io continuavo a non vederlo.

    Mi è sembrato un gesto eroico, tipo: “Ti mostro la mia bellezza adesso o mai più, magari finalmente mi guardi”. E lì ho capito che non potevo più far finta di niente: quel cactus voleva sopravvivere, e chiedeva chiaramente di essere adottato.

    Dal dramma al manuale di sopravvivenza

    Quando l’ho tirato fuori dal vaso si è praticamente sdraiato, con le radici ormai staccate e mezzo fusto rinsecchito: solo la parte alta, ancora verde, dava l’idea di voler continuare a provarci. Per ora riposa in un contenitore con un filo d’acqua, una specie di pronto soccorso botanico, mentre pianifico il suo vero recupero.

    Cosa mi ha insegnato il cactus dimenticato

    Alla fine questo cactus abbandonato è diventato una piccola metafora in vaso da fiori.
    Mi ha ricordato che spesso le persone (e le piante) che pungono di più sono proprio quelle che stiamo evitando di guardare meglio, perché ci mettono a disagio o non le abbiamo scelte noi.

    Ora lo osservo con più simpatia: non è diventato improvvisamente la mia pianta preferita, ma è ufficialmente passato dalla categoria “caso disperato” a “storia di recupero”.
    E ogni nuovo bocciolo che spunta è come un messaggio: anche un cactus dimenticato può avere il suo lieto fine, se qualcuno finalmente decide di prendersene cura.

  • Come è nata La casa delle piante felici: il mio giardinaggio sul balcone per principianti

    Come è nata La casa delle piante felici: il mio giardinaggio sul balcone per principianti

    Perché parto dai fiori sul balcone

    Per me è sempre stato importante avere fiori sul balcone. Abbelliscono lo spazio, mi mettono di buon umore e portano un po’ di natura vicino a casa. Per anni però li tratto un po’ come comparse: li vedo, li annaffio in fretta e poi scappo alle mie cose.
    A un certo punto è come con un amico che hai sempre accanto ma che non hai mai davvero ascoltato. Comincio a guardare meglio le mie piante, a interessarmi a loro, a notare le foglie nuove e i piccoli cambiamenti. E mi rendo conto che quella presenza verde sul balcone non è solo decorazione: mi ricorda che, in fondo, io e loro stiamo dalla stessa parte, quella della natura.

    I primi dubbi (che non spariscono da soli)

    Adesso che prendo più sul serio le mie piante capisco che non basta annaffiare “a sentimento”. Se voglio davvero occuparmene, devo cominciare a studiare: capire la luce, i vasi, il terriccio, le esigenze di ogni specie. Certe paure si combattono con la conoscenza.
    Un interesse per le piante e il giardinaggio ce l’ho da sempre, ma di solito dura poco: mi scoraggio ai primi errori e lascio perdere. Questa volta però sento che è diverso, che voglio fare sul serio. Così mi informo, leggo, guardo video, osservo meglio il mio balcone e cerco di capire che cosa può rendere davvero felici le mie piante.

    Il balcone come laboratorio di giardinaggio

    Il mio balcone non è grande, ma nella mia testa diventa un laboratorio di giardinaggio sul balcone.
    Non ho un progetto perfetto: faccio tentativi. A volte esagero con l’entusiasmo, a volte mi blocco per la paura di sbagliare. Ma ogni nuova foglia è come un piccolo “va bene così, continua”.

    Perché “La casa delle piante felici”

    A un certo punto mi rendo conto che non voglio solo comprare piante: voglio capire come farle stare davvero bene. Da qui nasce il nome “La casa delle piante felici”.
    Poi, a forza di pensare alle piante, mi accorgo che non mi basta più tenermi tutto in testa. Ho voglia di parlare di giardinaggio sul balcone o in casa, di chiedere consigli, di raccontare gli errori e le piccole vittorie. Mi piace l’idea di scambiare opinioni con chi sta iniziando come me, senza sentirsi obbligato a essere perfetto, oppure con chi ha vissuto la stessa cosa, ne sa più di me e potrebbe darmi qualche consiglio.

    “La casa delle piante felici” non è la casa di una super esperta, ma di una persona normale che sta imparando a capire che cosa rende felice una pianta e, allo stesso tempo, che cosa la rende un po’ più felice anche nella propria vita quotidiana.
    “La casa delle piante felici” comincia così: con un balcone normale, qualche dubbio, tanta voglia di imparare e la sensazione che, foglia dopo foglia, qualcosa dentro di me stia cambiando insieme alle mie piante.