Il fiore più bello del mondo
Avete mai pensato a quale sia il fiore più bello del mondo?
Quello più rosso? Quello più raro? Quello che sembra uscito da una giungla con la nebbia e il sottofondo musicale epico?
Per me per un periodo, la risposta è stata molto più semplice – quello che mi è capitato in casa.
Non è successo perché sono diventata improvvisamente un’esperta.
È successo perché ho iniziato a guardare. Davvero.
Un regalo e una piccola ossessione
Di solito non compro fiori recisi. Mi mettono un po’ ansia: bellissimi, sì, ma con una data di scadenza.
Io preferisco le piante. Perché restano. O almeno… dovrebbero restare.
Quel giorno ero davanti a un banco pieno di piante piene di boccioli. Bianco, rosso, rosa. Una festa.
Non ho ragionato molto. Ho sentito solo quella voglia di portare qualcosa a casa, come se mi mancasse un pezzo.
E così è iniziata la storia.
Il problema: dove metto le piante?
C’è un dettaglio pratico che nessuno racconta quando ti innamori del giardinaggio da principiante: lo spazio.
Il mio appartamento non è stato progettato per una giungla domestica. È stato progettato per… non avere le piante in casa.
L’unico posto adatto era sopra una finestra, in un angolo un po’ scomodo. E lì è finita la pianta.
Io la guardavo ogni giorno. La confrontavo con le foto che trovavo su Internet. Mi sembrava un sano comportamento per il benessere della mia pianta.
E dentro di me pensavo: “Dai, fai un fiore. Subito. Così capisco se sto facendo le cose bene”.
L’attesa (e la mia impazienza)
All’inizio sembrava tutto facile. Poi no.
I boccioli c’erano, ma alcuni si staccavano. E io mi sentivo già in colpa, come se avessi rovinato tutto con una scelta sbagliata o con troppa acqua.
Poi ne è rimasto uno. Uno solo. Al centro. Resistente e fiero.
E lì ho iniziato a tifare come allo stadio, ma in silenzio perché non volevo spaventarlo.
Quando finalmente si è aperto, ho visto un petalo che si girava verso l’esterno, come se mi dicesse: “Ok, adesso guarda”.
E io ho guardato davvero. E mi ha sorpreso.
Non era perfetto. Era mio
Il fiore non era simmetrico. Un po’ storto. Un po’ capriccioso. Forse anche un po’ vanitoso, come certi personaggi dei libri.
Eppure era bellissimo. Perché era lui. E perché era arrivato dopo giorni di attesa, tentativi, dubbi e controlli.
In quel momento mi è venuto in mente il Piccolo Principe.
La sua rosa non era la più perfetta del catalogo. Era la sua, perché c’era il tempo dentro. E perché quando crei un legame, quella cosa diventa unica.
È una verità semplice e un po’ scomoda: l’essenziale spesso non si vede subito.
Serve tempo. Serve cura. Serve presenza. E a volte serve anche sbagliare un po’.
Una pianta che combatte (e ti fa compagnia)
La cosa strana è questa: quel fiore, così piccolo, mi ha fatto compagnia.
Mi ha dato l’idea che anche lui stesse facendo uno sforzo. Come se dicesse: “Non sono perfetto, ma ci provo”.
E questo, in certe giornate, vale più di mille frasi motivazionali trovate per caso online.
Da allora ho iniziato a vedere le piante in modo diverso.
Non come decorazioni. Ma come piccole storie lente. E io, piano piano, sto imparando a leggerle.
Ci vediamo al prossimo Natale
Sei stato il mio fiore. Il fiore più bello del mondo.
Ti ho addomesticato un po’ e tu hai addomesticato me, che è la parte più sorprendente della faccenda.
Ci vediamo al prossimo Natale… con più esperienza.
La pianta, la protagonista di questo racconto è ovviamente la Schlumbergera, quella che quasi tutti chiamano Natalina (o più semplicemente – pianta natalizia).





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