Ogni balcone ha la sua pianta preferita e la sua pianta… sopportata.
Nel mio caso il ruolo del “tollerato” era toccato a un cactus dimenticato in un angolo, comprato più per fare contento mio marito che per vero amore botanico.
Un cactus che non avevo scelto
All’inizio il cactus era solo “la pianta di mio marito”: io mi occupavo di tutte le altre piante grasse sul balcone, mentre lui se ne stava lì, spinoso e un po’ antipatico.
Confesso che i cactus non sono mai stati in cima alla mia lista dei desideri verdi: pungono, si incastrano nelle dita e ti restano addosso per giorni come un rimprovero silenzioso.
Così ho trovato il modo perfetto per non occuparmene: un vaso non troppo bello, qualche altra pianta davanti e il cactus abbandonato è sparito alla vista, insieme al mio senso di colpa.
Non era cattiveria, era più una specie di rimozione botanica: se non lo vedo, non esiste… e sicuramente non devo curarlo.
Il giorno della scoperta
Qualche tempo fa ho deciso di affrontare quei piccoli “angoli bui” del balcone, quelli dove finiscono i sottovasi rotti, i progetti falliti e le piante di cui non vogliamo parlare.
Lì, dietro un cespuglio di piante grasse molto più fotogeniche, ho ritrovato lui: il cactus dimenticato, piegato su se stesso come un vecchietto stanco, ma ancora incredibilmente vivo.
Sulla sommità ho scoperto solo i resti secchi di 3 o 4 vecchi fiori, un mini bouquet fossilizzato che era rimasto lì per un bel po’ a farmi segno, mentre io continuavo a non vederlo.
Mi è sembrato un gesto eroico, tipo: “Ti mostro la mia bellezza adesso o mai più, magari finalmente mi guardi”. E lì ho capito che non potevo più far finta di niente: quel cactus voleva sopravvivere, e chiedeva chiaramente di essere adottato.
Dal dramma al manuale di sopravvivenza
Quando l’ho tirato fuori dal vaso si è praticamente sdraiato, con le radici ormai staccate e mezzo fusto rinsecchito: solo la parte alta, ancora verde, dava l’idea di voler continuare a provarci. Per ora riposa in un contenitore con un filo d’acqua, una specie di pronto soccorso botanico, mentre pianifico il suo vero recupero.
Cosa mi ha insegnato il cactus dimenticato
Alla fine questo cactus abbandonato è diventato una piccola metafora in vaso da fiori.
Mi ha ricordato che spesso le persone (e le piante) che pungono di più sono proprio quelle che stiamo evitando di guardare meglio, perché ci mettono a disagio o non le abbiamo scelte noi.
Ora lo osservo con più simpatia: non è diventato improvvisamente la mia pianta preferita, ma è ufficialmente passato dalla categoria “caso disperato” a “storia di recupero”.
E ogni nuovo bocciolo che spunta è come un messaggio: anche un cactus dimenticato può avere il suo lieto fine, se qualcuno finalmente decide di prendersene cura.


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